Home

Monumento al Fante

1966

bronzo

Gorizia, via Cadorna

Voluta dall’Associazione Nazionale del Fante, la grande statua di Gorizia venne inaugurata nel 1966, in occasione del L anniversario della conquista della città durante la I guerra Mondiale. Il monumento è l’esatta copia di quello inaugurato a Torino cinque anni prima e modellato da Angelo Balzardi (1961). È evidente come per tutti questi Fanti successivi il modello per eccellenza resti quello di Eugenio Baroni.

The huge sculpture to the Italian infantryman, entrusted by the National Association to the Infantryman, was unveiled in 1966 in the occasion of the L anniversary of the Gorizia liberation, during the I war. The monument is the exact copy of the one in Turin, realized by Angelo Balzardi in 1961. In both the case the model for the infantryman figure is still the one created by Eugenio Baroni.

(fonte: l’archivio della scultura)

Caso non inusuale che ricordi di tempi andati che qui in italia si sono persi ma si possono ritrovare all’estero dove i nostri migranti li hanno conservati con grande cura ed è questo il caso di questo inno dedicato ai fanti la cui musica arriva dal Brasile terra in cui tanti dei nostri in connazionali sono emigrati conservando pezzi di storia italiana. Coincidenza non da poco l’aver da poco stretto amicizia e un patto di collaborazione tra la Federazione del fante di Vicenza e la provincia brasiliana di Marau.  
FANTI D’ITALIA AVANTI!

Dopo il restauro del cimitero militare di Arsiero da parte dei fanti di zona 3, i fanti della sezione di Schio raggiungono un grande obbiettivo! le parole del comunicato stampo del comune danno il giusto merito al loro intervento.

FANTI SEMPRE AVANTI!!!

 
COMUNE DI SCHIO

COMUNICATO STAMPA

TORNANO RESTAURATI AL SACRARIO MILITARE DI SS. TRINITA’ I CANNONI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Tornano restaurati dopo un’opera attenta e paziente di ripristino, i cannoni già presenti dal 1962 al Sacrario Militare di SS. Trinità. Si tratta di due obici 75/13 mod 911 (più piccoli) e due cannoni  75/27 mod 911 risalenti alla Prima Guerra Mondiale.
Durante il momento di restituzione alla Città il sindaco Valter Orsi ha ringraziato i Fanti di Schio,  che hanno promosso il restauro, per rendere ancor più solenne e accogliente un luogo sacro che ospita 5000 salme della Prima Guerra Mondiale e circa 300 tra caduti scomparsi e della Resistenza della Seconda Guerra Mondiale. Molte sono infatti le visite di persone che arrivano a Schio in cerca di parenti morti nei conflitti. I lavori, sostenuti anche dal Comune di Schio, hanno trovato nel loro percorso molte valide e preziose collaborazioni, come quella della ditta Rossi Tre di Seghe di Velo d’Astico e il Museo delle Forze Armate di Montecchio Maggiore. “È superfluo dire che queste azioni sinergiche conducono a risultati che l’Amministrazione Comunale da sola non potrebbe raggiungere” ha aggiunto Orsi, passando la parola a Bruno Cappellotto, Presidente dell’Associazione Fanti di Schio che ha illustrato il processo di rigenerazione dei reperti.

Tutti i dettagli nel comunicato stampa allegato (cliccate 2 volte per vedere le foto ingrandite)

 

Nella foto degli artefici dell’intervento da sinistra a destra: il fante Giovanni Bertoldo, il sindaco Valter Orsi, il Presidente dei Fanti di Schio Bruno Cappellotto e il Ten. Colonnello Giuseppe Margoni

 
IL PRESIDENTE NAZIONALE ARCHITETTO GIANNI STUCCHI
E IL PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE DEL FANTE DI VICENZA MANUELE BOZZETTO
POSANO CON IL MEDAGLIERE NAZIONALE
IN OCCASIONE DELL’ANNUALE CERIMONIA CHE SI TIENE AL SACRARIO DEL MONTE GRAPPA.

 

 

Giova sapere che:
Il medagliere dell’associazione nazionale del fante oggi è il più decorato d’Italia e può vantare:
-2 Ordini di Savoia
-86 Medaglie d’Oro ai Reggimenti
-655 Medaglie d’Oro ai Fanti
————————————–
745 Decorazioni al Valor Militare

 

 

I fanti dei 151° Reggimento della Brigata “Sassari” con il Tenente Alfredo Graziani

INNO DELLA BRIGATA SASSARI

 

“La Brigata Sassari” – L’amaro sapore della guerra.

“Chiamati Diavoli Rossi per via delle mostrine, Die Reute Teufel, quei maledetti italiani di razza “strana”, quei maledetti Sardi, scuri, piccoli, cattivi, senza alcuna pietà. 
Non facevano prigionieri, non indietreggiavano, assaltavano le truppe delle Maestà Imperiali dAustria – Ungheria e di Germania senza paura, con selvaggia violenza, vero incubo degli Imperiali.

(da Stefano Deliperi, Storie di uomini e di tempi, La Riflessione editrice, Cagliari, 2006)

“Non finirà mai, non finirà mai…”

Il Tenente squadrava l’orizzonte con i suoi cannocchiali di preda bellica.
Tecnologia Weiss, tedesca, la migliore.

Utile ricordo di quando aveva contribuito, con i suoi trent’anni ed il suo plotone, a fermare tedeschi ed austriaci che venivano giù ad ondate durante la Strafe Expedition, la “spedizione punitiva” che volevano portare fino alle estreme conseguenze contro il vecchio alleato, l’Italia, ora nemico. 
Volevano dilagare dall’Altopiano di Asiago fino a Verona e Vicenza, fin giù a Venezia.
Fino a strangolare mortalmente uno dei più coriacei avversari degli Imperi Centrali.
Ma qui avevano trovato Die Rote Teufel, quei maledetti italiani di razza “strana”, quei maledetti sardi, scuri, piccoli, cattivi, senza alcuna pietà. 
Non facevano prigionieri, non indietreggiavano, assaltavano le truppe delle Maestà Imperiali di Austria – Ungheria e di Germania senza paura, con selvaggia violenza.

In quei frangenti di morte usavano più il loro coltello, sa leppa, che il moschetto. Non seguivano le leggi della guerra, quei maledetti, pronti a sgozzare e scannare anche i fedeli e duri soldati bosniaci dell’Aquila bicipite, gente avvezza a qualsiasi sorte.
Questo pensavano i crucchi dei sardi della Brigata Sassari.

In questa “grande guerra”, come ormai tutti la chiamavano, la facevano da padrone le trincee, il fango, la sporcizia, i topi, ma soprattutto la ristrettezza degli spazi. 
Pigiati nelle trincee in attesa del nemico, stretti nei rifugi durante i bombardamenti di artiglieria, accalcati nell’attimo prima del balzo verso le postazioni ostili. Così la pensava il Tenente.

Ufficiale di Cavalleria, I guerra mondiale
Aveva mantenuto le proprie mostrine, il frustino, la sciabola da cavalleria, gli speroni. 
Nonché il proprio cavallo presso la nuova destinazione, il 151° Reggimento Fanteria della Brigata Sassari, di nuova formazione.

Dopo le sanguinarie conquiste di Bosco Cappuccio, del Trincerone, della Trincea delle Frasche e della Trincea dei Razzi era addirittura giunta la prima citazione sul bollettino di guerra del Comando Supremo.

Non era mai accaduto che una singola unità dell’Esercito venisse espressamente segnalata all’ammirazione della Patria.
Erano eroi per la Patria oltre che carne da macello.

E il Comando Supremo decise di sfruttare fino in fondo le caratteristiche di questi novelli eroi. 
Tutti i soldati sardi dovevano finire alla Brigata Sassari.
Così il Tenente non andò con i suoi Cavalleggeri di Sardegna, sardi anch’essi, in Albania, a proteggere il fianco serbo, ma si ritrovò in trincea con i fanti della Brigata Sassari. 
Lo ritenevano un comandante di valore e ne avevano maggior bisogno lì, sul Carso.
E ci si trovava bene. 
Uomini tutti d’un pezzo, forse poco duttili, ma coraggiosi fino alla follìa, leali verso i camerati, visto che la guerra aveva fatto superare anche i cento campanili della terra d’origine.
Forza Paris, tutti insieme balzavano al mortale assalto contro i reticolati, le fiammelle azzurògnole delle mitragliatrici, i fucili del nemico trincerato. 
Nessuno si tirava indietro, nessuno marcava visita, nessuno voleva perdere la faccia davanti al proprio popolo in armi.
Ed i primi ad assaltare erano gli ufficiali, rivoltella in pugno. 
Davano l’esempio, ma, soprattutto, condividevano la sorte, la morte, la gloria dei loro soldati.

Non li avrebbero mai abbandonati per tutte le medaglie del mondo. Questo i fanti lo sapevano e, diàulu, li avrebbero seguiti anche all’inferno, se necessario.

E l’inferno era già lì, aveva risparmiato loro la fatica di cercarlo ed era venuto sotto i loro occhi, per godere della loro sorte.
Gente come il Capitano Emilio Lussu, il Tenente Alfredo Graziani, il Maggiore Musinu erano leggende viventi per i loro soldati.
Fino al maggio 1916 il Tenente e la sua Brigata rimasero sul Carso, spesso guadagnandosi ancora altro riconoscimento della Patria ed anche un po’ di divertimento facendo quelle spedizioni ardite che li esaltavano.

Veri e propri colpi di mano con coraggio e destrezza dietro le linee austro-ungariche. 
Famoso era rimasto quello che aveva visto protagonisti proprio il Tenente ed una squadra scelta del suo plotone.
Avevano addirittura razziato una ventina di cavalli, completi di finimenti, dietro le linee nemiche.
Avevano deciso che dovevano correre un palio ma non avevano cavalli.

Ed il Tenente, a muso duro, non aveva voluto far rischiare il suo sul terreno accidentato. 
Terranova, splendido baio scuro di sette anni. 
Allora non gli era venuto nulla di meglio in testa che sfruttare la prima occasione, il successivo pattugliamento avanzato, per fare una piccola ed insignificante deviazione con il favore delle tenebre.

La mattina dopo, sotto le sfuriate dell’Oberstleutnant Karl von Salza, il povero Rittmeister Hans Koper aveva sguinzagliato i suoi fantaccini per ritrovare i cavalli misteriosamente scomparsi dallo Stato Maggiore del 74° Reggimento Fanteria di Sua Maesta di Austria – Ungheria.
Non ne erano venuti a capo.

In quelle medesime ore il Tenente ed i suoi uomini rientravano a cavallo fra le grida e le risate dei soldati del Reggimento.
Gli ufficiali superiori ed anche il Colonnello Comandante avevano lodato, seppure con la dovuta prudenza, il Tenente ed i suoi soldati per il coraggio ed il buonumore che avevano portato, ma la cosa arrivò chissà come alle orecchie di qualche “alto papavero”. Sfortunatamente.

Il Tenente venne immediatamente convocato al Comando della Brigata e dovette sorbirsi un’energica lavata di capo: era in bilico verso la Corte marziale.

Per aver interpretato con fin troppa disinvoltura gli ordini assegnati.
“Vi dovete sempre ricordare che siete un ufficiale del Regio Esercito, non un volgare bandito di strada ! 
Avete, messo a repentaglio la vita dei vostri uomini per rubare dei cavalli, ma siete impazzito ? 
E che cosa ve ne dovrete mai fare di questi cavalli ? Mangiarli ?”.
Le urla del Capo di Stato Maggiore della Brigata si sentivano fin da lontano, ma il Tenente era rimasto impassibile.

Aveva, poi, replicato serenamente, con una non comune faccia tosta, che intendevano correre un palio con cavalli montati a pelo, così come si usava nella loro Isola, per sentirsi un po’ in Sardegna.
Avrebbe partecipato l’intero Reggimento.
A quel punto, allibiti, lo congedarono e rimasero un bel po’ indecisi se sbatterlo davanti alla Corte marziale ovvero citarlo come esempio di coraggio, di audacia e di intraprendenza.

In un momento in cui le giovani generazioni d’Italia venivano falciate senza risparmio nel più ottuso rosàrio di assalti frontali contro posizioni imprendibili, allo Stato Maggiore della Brigata ne fecero un esempio di supremo spregio del pericolo e di coraggio dannunziano.

Era la dimostrazione vivente che il Soldato d’Italia poteva farsi beffe del Nemico come e quando voleva.
La “beffa dei cavalli” venne anche immortalata in una copertina della Domenica del Corriere e additata all’ammirazione della Nazione.

Incuranti di tutta la buriana, al ritorno del Tenente al Reggimento, soldati ed ufficiali parteciparono allegramente al palio, alla corsa di Santu Antine sulle balze del Carso.
Ma, se possibile, il Tenente aveva dato ulteriore prova di che pasta era fatto e di che pasta erano i suoi soldati nei tragici giorni della ritirata dopo lo sfondamento del fronte nord-est a Caporetto, alla fine dell’ottobre del 1917.

I guerra mondiale, morte in trincea
La Brigata, dopo l’offensiva della Bainsizza del settembre precedente, si trovava in riposo nelle retrovie e lì giunsero le tragiche notizie.

La II Armata si era sfaldata, solo alcuni reparti isolati di Alpini resistevano ancora. 
La fiumàna frammista di pròfughi friulani e di soldati in ritirata o sbandati rifluiva verso il Veneto, oltre il Tagliamento ed il Livenza. 
Molti reparti si arrendevano alle colonne austro-tedesche in corsa verso Venezia. Interi Reggimenti di cavalleria, come centàuri lucidamente impazziti, caricavano senza speranza il Nemico, come a Pozzuolo del Friuli, per consentire al grosso delle truppe dell’invitta III Armata del Duca d’Aosta di salvarsi dietro la nuova linea di difesa approntata in fretta e furia.

Le accuse di viltà e codardìa verso i soldati già provati da duri anni di guerra erano all’ordine del giorno da parte del Comando Supremo del Generalissimo Cadorna. 
Nemmeno poteva essere sfiorato dall’idea che i propri Comandanti di settore del fronte potessero aver sbagliato, nemmeno lontanamente poteva ipotizzare un sanguinoso “errore” addirittura del proprio entourage, pur avvertito dai servizi di informazione militari e da alcuni disertori boèmi dell’imminente offensiva dei crucchi.

Ma alla Brigata Sassari quell’accusa di vigliaccherìa proprio non andava giù.
Al Tenente in particolare. 
Erano carne da macello, buona per martellare e scannare un nemico disgraziato come loro, ma nessuno si era mai tirato indietro.
Il reparto del Tenente era proprio l’ultimo a passare il Piave.
Aspettavano con ansia soltanto loro, i prodi genièri, per far saltare l’ultimo ponte. 
Erano in attesa, su un’altura presso le sponde di destra del fiume, sulle estreme nuove difese, alti ufficiali d’Armata ed ufficiali della Brigata. 
Altri reparti sostavano e si riorganizzavano.

Una colonna austro-tedesca era immediatamente alle loro spalle e piovevano colpi di mortaio sempre più allungati.
Le grida di incitamento dei genièri erano alte.

A trecento metri dal ponte il Tenente ordinò l’alt ed il plotone rispose all’unìsono. 
“Bilanc’iarm ! Avanti, passo !” 
Il plotone, con in testa il Tenente con la sciabola da cavalleria sguainata, marciava come fosse in piazza d’armi. Gli ufficiali d’Armata erano sbigottiti: ma che stava facendo quel pazzo ? 
Non sentiva i crucchi alle sue spalle ? Attraversarono il ponte sotto lo sguardo incredulo di una pattuglia avanzata di Ulàni tedeschi.
Il loro ufficiale ordinò di presentare le armi in segno di rispetto.

Il Tenente rispose con un cenno del capo ed il plotone continuò la sua marcia cadenzata.
Oltrepassato il ponte, il Tenente ordinò l’attenti a sinistr’ in onore degli alti ufficiali. 
Questi, mentre lo sbigottimento svaniva, scattarono sull’attenti mentre il ponte, finalmente, saltava in aria.
Dopo un tale comportamento sotto il fuoco nemico il Tenente venne considerato toccato dal sacro fulmine della pazzìa.

Questa volta a nessuno saltò in mente di spedirlo davanti alla Corte Suprema. 
Il Vate Gabriele d’Annunzio, ufficiale di cavalleria prestato alla nascente aviazione e futuro trasvolatore di Vienna, gli fece pervenire un biglietto colmo di ammirazione. 
Non se ne curò molto, interessava soltanto sbattere in faccia al Generalissimo Cadorna che, se c’erano vigliacchi e idioti, erano al Comando Supremo, non certo fra il sangue ed il fango del fronte.

Ed orala Brigata era di nuovo schierata sull’Altopiano di Asiago.
Faceva un freddo polare, in quel gennaio del 1918.
Ormai il Regio Esercito attingeva alle generazioni più giovani. Arrivavano ragazzini della leva del 1899. Diciotto anni appena compiuti.
Spesso non avevano mai messo il naso fuori dal loro paese.
Dalla Sardegna arrivavano servi-pastore che non avevano fatto altro che correre dietro il loro gregge e, a mala pena, sapevano scambiare quattro parole in limba.

Cosa diavolo potevano capire della “guerra mondiale”, del “ricongiungimento alla Patria di Trento e Trieste” ?
Il concetto che apprendevano dai loro camerati veterani era molto semplice: dovevano comportarsi bene davanti al Reggimento, senza alcuna paura del nemico, e, se ce la facevano, dovevano salvare la pelle.

Ma sempre da balentes autentici. Dovevano ammazzare più austriaci possibile per non essere uccisi. 
E basta.
Questo il Tenente lo sapeva benissimo e non faceva altro che diluire sempre più il suo entusiasmo risorgimentale, anzi ve n’era sempre meno.
Ora la Brigata era passata alle dipendenze della 33^ Divisione Fanteria comandata dal Generale Carlo Sanna. Anch’egli sardo. 
E aveva avuto un ordine: riprendere il Monte Val Bella, il Col del Rosso ed il Col d’Echele, i tre Monti persi dal Regio Esercito nella battaglia di Natale.

Soprattutto le truppe austro-ungariche del Generale Conrad puntavano su Bassano del Grappa per poi dilagare su Vicenza e Venezia.
Ci provavano, ancora una volta. Forse l’ultima.
Le artiglierie avevano iniziato a sgranare i loro infiniti còlpi, prima i gas, poi gli onesti proiettili che facevano saltare senza malizia teste, gambe e braccia. Questa volta gli attacchi non erano frontali, dovevano cercare di aggirare i capisaldi ed andare avanti.

Il Nemico non era distratto, sapeva anch’egli che la distanza fra la vita e la morte poteva essere più sottile di un crine di cavallo.
La 106 ^ Divisione Landsturm, la 52 ^ Brigata di Fanteria, reparti della 18^ e della 21^ Divisione, quattro battaglioni di Kaiserjager si opponevano al tentativo di rivalsa italiano.
Neve e gelo. 
La temperatura era piuttosto sotto lo zero, quel 28 gennaio 1918.
Il fil’e ferru e la grappa d’ordinanza erano stati distribuiti con generosità.

Attraverso i fianchi boscosi del Col del Rosso anche il Tenente ed il suo plotone avevano aggirato il caposaldo austriaco.
Quando vi penetrarono fu un diluvio di bombe a mano e pistole mitragliatrici. Ma soprattutto di leppe. 
Usate con destrezza e senza risparmio.
Tuttavia, i soldati di Sua Maestà Imperiale di Austria – Ungheria non si erano dati per vinti. 
Con il coraggio e la forza della disperazione avevano dato fondo a tutte le riserve ed erano tornati avanti.

Monte Zebio.
“Non finirà mai, non finirà mai…”

Il Tenente, con i suoi cannocchiali Weiss, vedeva torrenti di nemici avanzare compatti dalla Val Fonda, dalla Val Fontana, dalla Val Scura. 
Si guardava intorno e vedeva tanti, troppi, omìni in grigio-verde sparsi come inèrti fantocci sull’erba e sulle rocce. 
Con macchie scure inequivocabili. Con i colòri delle divise tristemente simili, pur fra nemici.
Ora fluttuavano inesorabilmente indietro gli italiani, soverchiati per numero.
“Hurrà ! Hurrà !” 
Salivano le urla di incitamento dei crucchi.

Il caposaldo di Monte Melaghetto era rimasto isolato con quarantatrè ragazzini della classe 1899. 
Erano circondati e senza più ufficiali. Morti.
Ma non si arrendevano.

Anche un reparto di Alpini si ritirava precipitosamente. 
Quasi senza più ordine.
Il Tenente, comunque, non riusciva più ad odiare i nemici. 
Ormai da tempo gli apparivano poveri disgraziati finiti come loro in una fornace inesauribile. 
Non li odiava, ma la loro morte significava la salvezza dei suoi soldati.
Afferrò per il bàvero un Alpino che correva a perdifiato.
“Dove scappi ? Fermati, se vuoi rimanere vivo !”

“Siòr Tenente, venite via anca voi, non se poe far più niente !”

“Stai qui, altrimenti ti ammazzano alle spalle. Di dove sei ?”

“Mi ? De Vicenza. E non la vedrò più, se continua così”.

“Se rimani qui e ti dai da fare, la potrai rivedere. Forse. Qui nessuno scappa”. Il Tenente squadrò i suoi uomini, uno ad uno. 
Sapeva che nessuno di loro sarebbe fuggito. 
I soldati sardi guardarono l’Alpino con un misto di commiserazione e di preoccupazione. 
Pensavano che non avrebbe dovuto mettersi le gambe in spalla davanti ai crucchi, non doveva perderci la faccia con i commilitoni. 
Però sapevano anche che gli Alpini non erano certo delle mammolette.

“Come ti chiami ?” 
Francesco Scintu, Caporalmaggiore di Pìmentel, si era fatto avanti ed interrogava il nuovo arrivato, ancora con gli occhi sgranati dalla paura. 
“Mi son Bepi Schiavon, carpentiere. Prima de partir in guera”. 
“Stai qui e fai il tuo dovere. Così tornerai a farlo dopo. Quando sarà finita. 
Se muori, avrai salvato altri soldati e anche casa tua. 
Siamo l’ultimo reparto dei nostri. Dopo non c’è nessuno. 
Se non li fermiamo andranno in pianura”.

Anche i semplici fanti avevano capito che il Nemico era ad un passo dallo sfondare il fronte.
“A no, par gniente al mondo che ‘sti bastardi riva fin casa ! Maledetti !” L’Alpino, alle parole del Caporalmaggiore sardo, era divenuto furente. 
Inveiva e sacramentava, come se volesse tirar giù tutti i santi del Paradiso. 
Prese ad urlare agli altri alpini che vedeva arretrare precipitosamente.

A forza di imprecazioni era riuscito a raccoglierne una ventina. 
Alcuni feriti e male in arnese. 
Ma ancora in grado di reggere un fucile.
Era l’ultima linea e c’era bisogno di tutti.
I soldati erano dietro le rocce, gli arbusti, ogni riparo disponibile.

Il Tenente diede ordine di attendere. Avrebbero sparato soltanto con il nemico a tiro ravvicinato. 
E poi… che Dio la mandasse buona.
Gli hurrà dei Kaiserjager erano sempre più forti, sempre più vicini.
A cinquanta metri la fucilerìa dei fanti italiani, nascosti alla vista dei soldati di Sua Maestà Imperiale, sbarrò la corsa verso la pianura. 
Molti di loro, ormai certi della vittoria, vennero atterrati dalla violenza del piombo, incrèduli verso la morte.
Salivano ad ondate, spezzate più volte dal fuoco dei moschetti modello 1891.
Ma anche le file dei fanti italiani divenivano più rade.

Ad un còlpo d’occhio il Tenente capì che non potevano reggere per molto tempo ancòra. 
Fu il pensiero d’un attimo.
“Avanti, Sardegna !” 
L’urlo uscì d’impeto, senza che il pensiero potesse governarlo. 
In mezzo al fuoco, alle grida, ai lamenti dei feriti, i soldati sardi lo sentirono e non fu più solo un urlo. 
Fu un tuono, fu la disperazione, fu una maledizione gridata con tutto il coraggio e tutta la paura che convivevano nei loro animi.
I superstiti, ormai poche decine, si lanciarono come un solo violentissimo pugno. 
Il Tenente con la sua sciabola e la rivoltella, i fanti con la baionetta inastata e con le affilate leppe. 
Fu un breve, sanguinoso, corpo a corpo. Senza alcuna pietà, senza umani frèni.
Senza prigionieri.

I Kaiserjager, rimasti comunque in numero molto superiore, cedettero terrorizzati e fuggirono. 
La gran parte abbandonando le armi 
ed i feriti. 
Il Tenente dovette gridare ancòra di più per far cessare la carneficina. 
Prese nuovamente per il collo il povero alpino Bepi Schiavon, coperto di sangue proprio ed altrui, e dovette togliergli dalle mani un disgraziato di austriaco. 
Lo stava uccidendo a mani nude. Ormai impazzito per la rabbia e la paura.
“Basta ! Fermati, lo vedi che è già quasi morto per conto suo ?”

L’Alpino ebbe un sussulto, si ricordò che era un cristiano e si fermò
Il Col del Rosso era preso. Definitivamente. 
A sera ripresero contatto con il presidio isolato del Monte Melaghetto. 
Ne erano rimasti vivi soltanto diciannove, quasi tutti feriti. 
Ma non avevano ceduto.
Era la prima grande vittoria dopo le tristi giornate di Caporetto.
Ma soprattutto avevano stroncato la reazione del Nemico.

Il 2 febbraio 1918 finalmente la Brigata aveva il cambio sulla prima linea.
Scendeva a riposarsi a Vicenza.
E all’ingresso in città, il giorno seguente, un tripudio di folla.
La Brigata marciava in ranghi compatti, bandiere al vento. 
Due ali di popolo si accalcavano, toccavano i soldati, lanciavano fiori, offrivano vino, agitavano fazzoletti, i bambini delle scuole sventolavano bandierine tricolori con le loro maestre. La banda cittadina suonava incessantemente musiche patriottiche ed allegre. 
Erano impazziti dalla gioia.
L’intera rappresentanza municipale si era presentata allo Stato Maggiore offrendo le chiavi della città.
I fanti erano frastornati, non si aspettavano una simile accoglienza.
Si chiedevano che cosa avevano fatto di così straordinario. 
Oltre che continuare a vivere..

Anche il Tenente ed il suo plotone vennero letteralmente circondati da un intero quartiere di gente festante. Facevano fatica a rimanere un minimo inquadrati. 
Alcuni maggiorenti, con cappotto, scarpe lucide e tuba, si fecero avanti.

“Signor Tenente, a nome di tutti noi, desideriamo ringraziare i soldati d’Italia, i soldati della Sardegna, per aver salvato Vicenza e le nostre case, per aver respinto il crudele nemico. 
Come possiamo sdebitarci ?”.

Il Tenente guardò i suoi uomini, ripercorse con la memoria tutti quelli che ormai mancavano.

“Signori, la vostra accoglienza ripaga di tanti sacrifici, ma non sarebbe giusto verso i miei uomini rifiutare tale generosa offerta. 
Scrivete alle famiglie dei caduti come si sono comportati i loro figli, che cosa hanno fatto. 
Qui, in questa terra così lontana dalle loro case. 
A questi uomini coraggiosi, scampati ad una battaglia così aspra, credo che sia una buona cosa offrire una cassa di birra”. 
I fanti esultarono.

Dopo tante parole, qualcosa di gradito e concreto.
La sorpresa per la richiesta scemò in fretta ed in poco tempo l’intera piazza era in festa, grazie anche alla birra dei soldati ed alla disponibilità delle popolane vicentine.

Qualche giorno dopo era stato il nuovo Comandante supremo del Regio Esercito, il Generalissimo Armando Diaz, a dare eterna riconoscenza alla Brigata schierata in forze. “…Voi non sapete, e forse non saprete mai, quanto avete fatto per l’Italia”. 
Quelle parole rimasero sì impresse, anche per il loro misterioso significato alle menti dei fanti sardi. Riempirono, comunque, l’animo.

Tuttavia non dicevano che la carneficina era terminata….
Anzi, continuava. 
“Fino alla definitiva sconfitta del tiranno inimico, fino a liberare i fratelli di Trento e Trieste”.
Così aveva detto il Comandante supremo.

E fra i soldati della Brigata, oltre alle parole della retorica, continuavano ad albergare le tesi più disparate su dove davvero fossero Trieste e Trento e su chi realmente vi abitasse…. 
E quale distanza avevano ancora da percorrere combattendo e morendo per giungervi.
In molti pensavano che doveva essere una distanza molto più lunga che quella fra il loro paese e Cagliari, la Casteddu della lontana Isola.

Il Tenente ascoltava i discorsi dei soldati e annuiva sorridendo.
Sapeva ormai quanti chilometri, quanto tempo, quanto sangue sarebbe costato liberare Trento e Trieste. 
E quanti di loro non avrebbero visto quel giorno.
Ma questo era un pensiero da rimandare al giorno dopo.
Oggi erano ancora vivi e si doveva festeggiare.

 

 

Com’era composto Regio Esercito durante la Grande Guerra?

Siamo in pieno Centenario della Grande Guerra e tra non molto sarà l’anniversario di Caporetto la nefasta sconfitta da cui l’italia si risolleverà e ribalterà le sorti di questa terribile guerra. Tante sono le uscite di libri inerenti all’argomento della Prima Guerra Mondiale con nuovi documenti e dati ma per dare la risposta alla domanda del titolo che a noi fanti sta a cuore abbiamo utilizzato una vecchia fonte, magari non perfetta ma che rende l’idea di com’era composto il Regio Esercito.

Vennero chiamati alle armi 5.903.000 ma che vennero assegnati a corpi operativi sono 4.872.000, ovviamente salta all’occhio l’enorme massa di Fanti e Mitraglieri rispetto a tutte le altre specialità sopratutto se paragonate al corpo degli Alpini, interessante anche il dato della Milizia Territoriale e dell’Artiglieria, il grafico rende meglio l’idea della ripartizione delle forze.
I 4.872.000 militari assegnati ai corpi e specialità in zona di guerra si ripartirono per armi e specialità nel modo seguente
(cifre arrotondate al migliaio)

Fanteria di linea e mitraglieri . . . . . . . . . . . . . . . 2.393.000
Milizia T. (battaglioni centurie ecc.) . . . . . . . . . . 793.000
Artiglieria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 617.000
Alpini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 260.000
Bersaglieri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 231.000
Genio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 217.000
Sanità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 96.000
Cavalleria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 76.000
Carabinieri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58.000
Sussistenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40.000
Granatieri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38.000
Automobilisti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30.000
Aeronautica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23.000

Fonte: “Pubblicazione Nazionale sotto l’ Augusto Patronato di S.M. il RE con l’alto assenso di S.E. il Capo del Governo”
In occasione del decennale della Vittoria, Pubblicato a Firenze dalla Vallecchi Ed., anno 1929.

La ripartizione della forza totale chiamata alle armi secondo le destinazioni può esser riassunta nel modo seguente:

  • al l° luglio 1915 erano alle armi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1.557.000
    chiamati successivamente . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3.316.000
    quindi in totale assegnati a corpi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4.872.000
    militari temporaneamente assegnati a stabilimenti industriali . . .. . . . 167.000
    ciò che porta i sotto alle armi a . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5.039.000
    di essi passarono per l’esercito operante . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4.200.000
    e rimasero in territorio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 839.000
    ai 5.039.000 si aggiungono gli esonerati in . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 437.000
    ed i dispensati in . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 282.000
    giungendo così nel R. Esercito un complesso di . . . . . . . . . . . . . . . . . 5.758.000
    mentre gli appartenenti alla R. Marina furono. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145.000
    ————————————————————————————————————–
    Totale dei chiamati. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5.903.000

 

 

GRAZIE VITTORIO VENETO!

 

 

 

 

 

 

 

 Adunata nazionale dei Fanti sul Carso. 1935

Guillermaz George
Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli

 

MOMENTO STORICO PER L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEL FANTE FEDERAZIONE DI VICENZA!

Siglato Patto di Amicizia – ore 21:00 di Venerdi 17 novembre 2017!!

(ore 24:00 in Italia) 

Grande emozione di fronte a 400 veneto/brasiliani

Il Presidente dell’Associazione Nazionale del fante Federazione di Vicenza firma un patto di collaborazione con il Sindaco Iura Kurtz del Comune di Marau, con Comandante Sergio Nogueira Pagliarini della Brigada Militar di Marau, con Giovanni Novello (delegato del Sindaco) del Comune di Isola Vicentina e con il Presidente del Comitato del Gemellaggio di Marau Zenésio Trevisan

 

Scambio dei doni con il Comandante della Brigata Militar di Marau Sergio Pagliarini e firmatari del Patto di Amicizia

Testo del Patto di amicizia tra le parti.

 

 

 

 

San Martino, Santo Soldato, Patrono della Fanteria, Regina delle Battaglie, e dei suoi figli, i Carristi, Principi della manovra. Auguri a loro,a tutti i militari e a chi porta questo nome, tanto marziale al maschile, quanto grazioso al femminile. 
Protettore dei militari e dei pellegrini e di numerosissime categorie di lavoratori, è patrono di innumerevoli città grandi e piccole e paesi, in Italia e in Europa. Europa che affonda le proprie radici nel Cristianesimo, radici che possono perdere, per i non credenti, la valenza confessionale, ma che mantengono, intatta, la valenza culturale, inalterata e irrinunciabile.
Una singolarità su questo santo amatissimo: come è noto, i Santi, (eccetto S. Giovanni Battista, che viene ricordato nel giorno di nascita,) sono ricordati nel giorno della morte. S. Martino, invece, morto il giorno 8 novembre, viene commemorato nel giorno delle esequie…avvenute il giorno 11.

 

 

 

 

LA SORTE DI UNA BANDIERA

Era l’11 novembre 1917, al I° ed al III° battaglione del 46° Fanteria venne affidato il compito di retroguardia durante la ritirata delle truppe dal fronte dolomitico. Sfiniti per le lunghe veglie, marce e combattimenti raggiunsero le vicinanze di Sedico, lì si accorsero che i ponti sul fiume Cordevole erano stati distrutti dagli italiani per rallentare l’avanzata austriaca. Non potendo tornare indietro, né dirigersi in altre direzioni realizzarono di essere in trappola… Il nemico avanzava da ogni parte stringendo le truppe della “Reggio” in un cerchio senza scampo. Un drappello di uomini decise di resistere nonostante tutto, inseguiti dalle raffiche di mitragliatrice si barricarono dentro un’abitazione, ingaggiarono un violento conflitto a fuoco con l’avversario che ormai aveva assediato il baluardo. Poco prima di terminare le munizioni, un ufficiale diede ordine di bruciare la bandiera del reggimento affinché non cadesse in mano nemica. Dopo che fu arso il simbolo del reparto, il nemico irruppe catturando il presidio e cercando accanitamente l’ambito trofeo, inutilmente. 
Del reggimento si salvò un solo battaglione, il resto venne catturato o ucciso. La foto ritrae un brandello di quella bandiera, strappato e conservato da un ufficiale prima che questa venisse distrutta. La maggioranza degli uomini che componeva quel gruppo proveniva dalla Sardegna.
Cento anni fa, a pochi km da casa mia accadeva questo. L’abitazione che vide quell’episodio esiste ancora, entrarci è stata una grande emozione per me. Tra quelle mura mi è tornato in mente un passo di una poesia dedicata alla brigata “Reggio”:

“Sa leppa cambiada in baionetta, in manos bostras fit’una saetta”…
                                                                       Nicola Olivæ

 

 

 

 

CAPORETTO FU ANCHE QUESTO

– L’ultimo reparto a passare il fiume a Ponte della Priula fu un battaglione del 152º reggimento della brigata Sassari, inquadrato per quattro, fucile a bilanc’arm ed al passo, comandato da un piccolo ufficiale di Thiesi, un paese del Meilogu in provincia di Sassari, il Maggiore Giuseppe Musinu, di 26 anni, futuro generale di corpo d’armata. «Gli austriaci – ricordò il generale Musinu – cercarono di fermarci in ogni modo, ma non osavano attaccare frontalmente e allora mandavano pattuglie a disturbare la nostra marcia. Il battaglione procedeva in perfetto ordine, rispondevamo al fuoco con le nostre pattuglie che ci proteggevano i fianchi e ci precedevano. Io stesso sparavo con il mio 91. Mi dissero che stavano per far saltare il ponte: temevano che gli austriaci riuscissero a passare il Piave. Mandai avanti un sottufficiale per dire di aspettare. Arrivammo appena in tempo. Io ero in retroguardia, per proteggere la ritirata. Quando l’ultimo dei nostri fu dall’altra parte del Piave, passai anche io. E il ponte fu fatto saltare»… La vicenda del passaggio del ponte del battaglione di Musinu fu raccontata dal comandante della compagnia d’assalto della Sassari, capitano Leonardo Motzo: «Passa mezzogiorno, passa l’una e ancora il battaglione non si vede. Finalmente, lontano, avanza una colonna. Sono i nostri! Sotto il fuoco nemico la colonna ondeggia, esita, si scompone. Finalmente imbocca il ponte: sottogola abbassato, passo cadenzato. Il comandante Musinu è l’ultimo e chiude la colonna. Arrivato all’altezza del gruppo dei generali grida:

Attenti a destra!

Il battaglione rende gli onori.

Nella foto il Maggiore Giuseppe Musinu morto nella sua Sardegna a 101 anni con il grado di Generale di Corpo d’Armata.

Dopo il regolare servizio militare, venne richiamato alle armi con la leva e la sua carriera militare iniziò proprio con la Grande Guerra ove si distinse sino a guadagnarsi il grado di maggiore (il più giovane ad essere ammesso a questo grado, a soli 26 anni). Fu con questo grado comandante del II° Battaglione del 152° Reggimento di Fanteria della Brigata Sassari a cui fu sempre legatissimo. Prese parte tra le altre alla battaglia di Caporetto e fu l’ultimo dei militari italiani a passare il Ponte della Priula sul Piave prima che questo venisse fatto saltare, il 9 novembre 1917.

“ Ma Cristo dove sei!?”
“È qua con noi sergente. Se è vero che ha trentatré anni, è dell’84.”

da “La Grande Guerra” 

 

 

 

 

 

 
VAL MAGNABOSCHI? PRESENTI!!
 

In questi giorni, nel 1916, nella zona Val Magnaboschi-Zovetto infuriavano violentissimi combattimenti tra i soldati della 68° Brigata di fanteria austroungarica e la Brigata Liguria.

“ora gli austriaci hanno adottato una nuova tattica. Senza sospendere né rallentare il fuoco di artiglieria, le fanterie a piccoli drappelli, a sbalzi periodici di poche decine di metri si spostano obliquamente verso le ali di ogni nostra ridotta, tentando di accerchiare le posizioni.
Siffatta manovra impone ai difensori un raddoppiamento di vigilanza: bisogna alzar la testa oltre gli ultimi schermi, sollevarsi di tutta la spalla, imbracciare il fucile e far fuoco, il che significa, a lungo andare, essere sfracellati da una granata.
Quando tuona il tremendo cannone, l’istinto fa sì che anche gli uomini più coraggiosi si rannicchino in fondo ai ricoveri, ma i difensori dello Zovetto non hanno più nulla di umano”.

il capitano Valentino Coda, diarista della Liguria, riferendosi all’attacco del 15 giugno.

Ricordiamo a tal proposito il XXIV Pellegrinaggio Internazionale del Fante presso la Zona Sacra del Fante (Zovetto, Magnaboschi, Lémerle) a Cesuna di Roana (VI) Domenica 18 giugno 2017.

 
 

 

 

Milano 24° Congresso Nazionale dei Fanti d’Italia. 

 

  Sabato 22 aprile, si è svolto presso la sala polivalente dell’Hotel Madison in Milano, il 24° Congresso Nazionale per il rinnovo delle cariche associative nazionali. Erano, per la verità, parecchi punti quelli all’ordine del giorno proposti all’Assemblea Nazionale del Fante, fra i quali le modifiche allo statuto, i bilanci, alcune mozioni presentate dai soci che meritavano di essere discusse ma, i punti più qualificanti del corposo ordine del giorno, riguardavano le elezioni e la presentazione dell’Associazione Nazionale Fanti d’Arresto, che ha aderito come Socio Collettivo all’Associazione Nazionale del Fante.

Le varie delegazioni dei Fanti delle Sezioni e delle Federazioni italiane, si sono ritrovate di buon mattino, per essere ammesse, dopo la verifica della loro idoneità, alla sala congressi per l’espletamento delle proprie funzioni e per la discussione dei vari punti proposti alla loro attenzione.

La Federazione di Vicenza, capitanata dal Presidente Manuele Bozzetto, era composta da Raffaele Cecchin, Giovanni Casella, Sergio Dall’Alba candidati assieme a Tiziano Romio alle elezioni, e da Roberto Vigolo, Giovanni Negri, Bruno Conte e Attilio Maria Gomitolo delegati al voto, che hanno vissuto e partecipato attivamente e con importanti apporti alla discussione, tutta la giornata congressuale, fino alla proclamazione degli eletti, e alla conseguente prima riunione del nuovo Consiglio Nazionale.

In tutto questo, un momento veramente significativo per tutti i presenti, la presentazione dell’Associazione Nazionale Fanti d’Arresto, rappresentata da una Delegazione con a capo il loro Presidente Gen. Pietro Maccagnano, inorgoglito dall’importante evento che non ha esitato a definire storico durante il suo articolato intervento, prima della firma, assieme al Presidente Cav. Antonio Beretta, della pergamena del protocollo per la loro adesione, come Soci Collettivi dell’Associazione Nazionale del Fante.

Un altro importante risultato, fra i tanti, che hanno caratterizzato gli anni di Presidenza del Cav. Antonio Beretta.

Nel frattempo, le operazioni di voto volgevano al termine e, dopo il lungo, minuzioso e certosino lavoro degli scrutatori coadiuvati per la stesura dell’elenco ufficiale degli eletti dalle bravissime signore della Segreteria Nazionale Chiara e Annalisa, e dal dottor Claudio Cunteri, hanno reso possibile verso le 16.30 la proclamazione degli eletti e, quindi, la legittimazione del nuovo Consiglio Nazionale e della Giunta. Il risultato è questo:

Presidente Nazionale arch. Giovanni Stucchi, della Feder.  del Fante di Brescia

Giunta Nazionale: Vice Presidente dott. Marco Pasquali – Vice Presidente Nazionale Vicario comm. Raffaele Cecchin – Segretario Nazionale Livio Cavinato – Segretario Nazionale Amministrativo Luciano Dehò, Vice Segretario Nazionale Angelo Mario Sciuccati e Ugo Ragnoli.

Consiglio Nazionale: Ampelio Spadon – Giorgio Job – Salvatore Rina  – Italo Cuccu – Carmine Fiore – Paolo Benincà – Enrico Mocellin – Giovanni Casella – Sauro Bombardi – Pietro Sanfelice – Giuseppe Napoleone – Arcangelo Tagliente – Domenico Venuti – Giorgio Andrea Andreoni – Francesco De Cesare – Gregorio Salvino – Gianbattista Romano – Alfonso Benvenuto –

Collegio dei Sindaci: Sebastiano Lazzarato – Vincenzo Ferrero – Gaetano Perlini – Giorgio Fermo – Tiziano Romio  –

Collegio dei Probiviri: Vasco Bellini – Cornelio Zuccarello – Carlo Cataldi – Sergio Dall’Alba –

Non si può dire che non ci sia stato rinnovo, i nuovi eletti sono il 60% del totale e questo evidenzia in maniera importante la vitalità della nostra Associazione, pur nella diversità delle varie realtà locali.

 Al neoeletto Presidente Nazionale, alla Giunta Esecutiva e al Consiglio, i migliori auguri di buon lavoro.

Attilio Maria Gomitolo

 

Servizio di ReteVeneta sulle elezioni Nazionali della Associazione del Fante

 

 

Interessante pensiero sul 156° anniversario dell’Unità d’Italia (anonimo)

17.03.2017 … 156° anniversario dell’Unità d’Italia …
E’ ormai da mesi che sento discutere di questa data, festa, ricorrenza … giusta, non giusta, opportuna, inopportuna …
Io sono Veneto, molto Veneto, orgoglioso delle mie origini, delle nostre tradizioni. Già i miei nonni mi hanno sempre insegnato che per avere qualcosa, qualsiasi cosa, bisogna lavorare duro. Solo nel vocabolario della lingua italiana “successo” si trova prima di “sudore”. Questo è un po’ il nostro “marchio di fabbrica” , considerazioni che fanno parte del nostro (inteso come popolo Veneto) DNA, passando agli occhi del resto d’Italia, come i soliti ignoranti, rozzi e un po’ stupidi “polentoni”.
E qui si potrebbe aprire un dibattito infinito, sul reddito procapite prodotto, sul PIL che la regione crea, su quante persone campano coi nostri soldi etc etc …
Basterebbe questo a farmi pensare “ma che diavolo c’ho io da festeggiare !?!?!”
Eppure ragazzi, non so voi, ma pur odiando i nostri politici (tutti) perchè tutto fanno, fuorchè il nostro interesse, mal sopportando le regioni del sud che non ho ancora capito se non possono o non vogliono tirarsi fuori dalla melma in cui sono invischiate (parlo di criminalità organizzata e costante e perpetuo infischiarsi delle regole …) imprecando ogni qualvolta che devo pagare le tasse perché sempre di più li considero soldi buttati nel letame consapevole del fatto che vengono usati come non si dovrebbe,
eppure, cari ragazzi, ogni volta che vedo sventolare il Tricolore, il Nostro Tricolore, qualcosa mi prende da dentro, un brivido mi corre per la schiena. E questa sensazione ha un inizio ben preciso, tutto cominciò una mattina di dicembre, di qualche anno fa. Quel mattino giurai fedeltà alla Patria.
Quel momento, quel singolo istante, mi è rimasto impresso, indelebile nella mente, anche adesso, che lo sto raccontando, l’emozione torna a galla. Eravamo in 700, più o meno, e attorno a me c’erano ragazzi veneti, lombardi, piemotesi, sardi, liguri, trentini, friuliani, emiliani, campani, pugliesi, …
Senza accorgemene, subito dopo il giuramento, mi ritrovai con gli occhi lucidi, e nel timore che i miei compagni mi vedessero, con la coda dell’occhio, cominciai a gardarmi in giro per essere sicuro che nessuno mi avesse visto. Sorpresona ! Tutti gli sguardi che incrociai, erano inevitabilmente lucidi, dall’emozione certo, ma era una emozione nuova. Avevo cercato di immaginarla, nei giorni precedenti, mi ero anche detto “beh, sarà una cerimonia come un’altra” e non sapevo come avrei reagito, o meglio, non mi aspettavo di reagire in quel modo, e per di più, tutti allo stesso modo. Avrà un significato. Ed il sentimento che più prevaleva dentro di me era L’ORGOGLIO. Proprio così, io mi sentivo ORGOGLIOSO di avere dichiarato pubblicamente il mio amore all’Italia, un amore incondizionato, fatto anche di qualche litigio, come i migliori matrimoni insegnano, coi suoi pregi e i suoi difetti, ma impossibile da dileguare.
Dopo quell’esperienza, giuramento e relativo servizio militare, ogni volta che mi capita di incontrare un Monumento ai Caduti, di qualsiasi guerra, non riesco a non rivolgergli lo squardo, è più forte di me, e quasi di nascosto, come se mi vergognassi, mi accorgo di avergli appena fatto un saluto, un piccolo gesto con la testa, come quando si vuole salutare qualcuno che conosci, ma non sei sicuro o hai addirittura paura che ti riconosca. Mi sento quasi imbarazzato perché probabilmente mi ritengo indegno di voler salutare persone tanto importanti, persone che hanno dato la vita per noi. Non so voi, ma io di vita ne ho una sola, e il pensiero che queste persone sono morte per cercare di dare un futuro a noi, beh, non mi lascia del tutto indifferente …
Cosa dire, ho deciso che il 17 marzo festeggerò il 156° anniversario dell’Unità d’Italia, anche in onore dei miei nonni che da allora ad oggi hanno visto e vissuto 2 durissime guerre che hanno minato l’integrità della nostra Nazione, senza però rinnegare il mio essere e sentirmi anche Veneto.
Pertanto, sarò il solito vecchio romanticone, ma il 17 marzo, brinderò verso il Tricolore alzando un calice di un buon Soave classico ascoltando le note della Canzone del Piave seguito dall’Inno di Mameli.
Un Italiano Polentone

 

Il Medagliere dell’Associazione Nazionale del Fante

Medagliere Nazionale dell’A.N.F. presente alla cerimonia in cui la Brigata Sassari riceve la cittadinanza Onoraria da parte dell’amministrazione comunale della città di Vicenza (foto by ICE)

—————————————————————————————————————————————

Il medagliere dell’associazione nazionale del fante oggi è il più decorato d’Italia e può vantare:

  • -2 Ordini di Savoia
  • -86 Medaglie d’Oro ai Reggimenti
  • -655 Medaglie d’Oro ai Fanti
    ————————————–
    745 Decorazioni al Valor Militare

————————————–

L’associazione Nazionale Fanti:

La fanteria italiana nacque agli albori della vita collettiva dei primi popoli italici quando, armata di archi, di frecce, di spade e di lance, si organizzò in manipoli di varia consistenza numerica ed adottò regolari formazioni e schieramenti atti al combattimento.

La Fanteria è l’arma dell’esercito composta da soldati appiedati, detti “fanti”. I reparti di fanteria sono unità
militari relativamente economiche, non impiegano equipaggiamento sofisticato e hanno bisogno di minori
rifornimenti rispetto ad unità di altre specialità. I fanti sono muniti di armi individuali e di poche armi di reparto, e il loro pregio maggiore è quello di poter combattere in qualunque condizione e su ogni tipo di terreno.

Nell’impiego sono destinati agli scontri di massa, al consolidamento delle posizioni e al controllo del territorio.

A conquistare il mondo furono essenzialmente le fanterie di Roma raccolte nelle sue leggendarie Legioni.

Successivamente per quasi tutto l’arco medioevale, che abbracciò circa dieci secoli di storia italiana, le fanterie
cessarono di essere l’Arma principale degli eserciti feudali. Ma con l’avvento dell’Era moderna (1492) e delle grandi monarchie anche le fanterie iniziarono gradualmente la loro ascesa, specie quando poterono abbandonare balestre, picche ed alabarde per imbracciare le armi da fuoco.

Fu soprattutto in una delle regioni più soggette alle lotte scatenate in Italia dalle grandi monarchie -il Piemonte- che le fanterie italiane ebbero nel XVI e XVII secolo un più accentuato sviluppo. Ed è proprio dai reggimenti di fanteria piemontesi che ebbero origine gli attuali reggimenti italiani che ancora oggi ne portano i nomi gloriosi ed il cui capostipite è rappresentato dal 1° Reggimento di Fanteria “Re” (già “Savoia” ).

Durante il IXX secolo prendevano avvio le guerre del Risorgimento nelle quali le fanterie, pur nelle alterne
vicende contro un nemico di gran lunga superiore per numero e per tradizioni militari, diedero chiara testimonianza del loro valore.

Dopo il 1885 vengono create le prime unità di fanteria coloniale e fino al 1908 (anno in cui viene adottata la divisa grigioverde) la fanteria si ammoderna in aderenza all’aggiornamento richiesto dalle nuove concezioni belliche dell’epoca. Le dure prove sostenute dal periodo risorgimentale all’intervento in Libia, contribuirono a formare la figura del fante italiano, quale sarà durante il primo conflitto mondiale.

AII’inizio delle ostilità, l’Esercito Italiano schiera 72 brigate di fanteria. Questo insieme di forze, che per la massima parte è inquadrato in 35 divisioni, viene ripartito fra le quattro Armate mobilitate.
Nel corso del conflitto l’importanza sempre maggiore acquistata dalla fanteria, le esigenze di nuovi mezzi ed il suo enorme logorio determinano due principali ordini di provvedimenti organici: continuo aumento numerico delle unità e continua trasformazione della loro composizione interna.

Per quanto riguarda il primo aspetto è sufficiente dire che nel corso del conflitto è stato raggiunto il numero di ben 117 brigate di fanteria (di cui 25 costituite nel solo 1917), per un totale di 239 reggimenti.

I successi nel corso del conflitto non mancarono. Le undici vittoriose, ma cruente, battaglie dell’Isonzo ed i nomi del Podgora e di Oslavia, di Gorizia, di Monte Santo, del San Michele, del San Gabriele, del San Marco, della Vertoiba, di Castagnevizza, di Doberdò, dell’Hermada, del Cadore e del Monte Piana divennero nomi familiari e furono i simboli dell’eroismo della fanteria. Così come lo divennero i nomi del Pasubio, del Col di Lana, del Passo Buole, dell’Altipiano di Asiago e delle Melette di Gallio, dove si infranse la grande offensiva austriaca del 1916.

Nel medesimo anno furono i fanti della brigata “Casale” (11° e 12° reggimento, dalle mostrine gialle) ad entrare per primi in Gorizia liberata.
Dopo tante vittorie, la sconfitta di Caporetto (novembre 1917) sembrò funestare per sempre le sorti del nostro
Paese, ma i fanti (soprattutto i fanti) del Grappa, del Montello e del Piave costituirono un baluardo insuperabile.
Leggendarie furono le imprese dei fanti della brigata “Sassari” sul Carso, sull’Altipiano dei Sette Comuni e sul
Basso Piave, delle brigate “Bergamo” e “Bologna” a difesa delle truppe in ritirata sul nuovo fronte del Piave, dopo la “Battaglia di Caporetto”, della brigata “Lupi di Toscana” negli aspri combattimenti alle porte di Trieste e della brigata “Liguria” .

Furono oltre due milioni i fanti inquadrati nelle 117 brigate di Fanteria (dai nomi e
dai colori che tutti ricordano) che presero parte alla Grande Guerra. Del loro olocausto fanno testimonianza
le 502.289 sepolture disseminate lungo i confini; fanno fede le numerose medaglie al Valore militare di cui si
fregiano le bandiere di guerra dei reggimenti di fanteria;

Fanno fede le medaglie al valore concesse a numerosissimi fanti, per un totale di 82.507 decorazioni.

Giova sapere che oggi l’Arma di Fanteria allinea le specialità di:

-Granatieri
-Bersaglieri
-Alpini
-Paracadutisti
-Lagunari